Ci sono giorni in cui mi sento la persona più sola al mondo. Mi consolo dicendo che è normale, perché ci devono essere anche momenti così. È allora che apprezzi quegli istanti in cui sei circondata dalle persone che ami e rispetti.

Ultimamemte sono impegnata col lavoro fin sopra la testa, letteralmente non arrivo a dedicarmi ad altro, nonostante i miei tentativi di organizzare tutto, di cambiare orari degli impegni o appuntarmi tutto su dei post-it, o nel diario. Semplicemente, non va. Devi averne di giorni così, perché è solo così che apprezzi le giornate di riposo e quei momenti in cui lasci la mente vagare altrove o la liberi dall’enorme e costante afflusso di informazioni.

Il numero di persone intorno a me va aumentando quotidianamente, devo perfino appuntarmi delle note per ricordarmi di rispondere a un messaggio, mi scuso se non l’ho fatto subito, invio messaggi semi-vuoti in modo da ricordare che sono qui lasciando la finestra aperta. Ancora una volta come appunto o nota. Come se avessi 107 anni, senza speranza di migliorare, né con l’aiuto di capsule al ginkgo biloba o di altre sostanze. Dimentico perché ce ne sono troppe. Perché un paio di settimane addietro lo stress mi ha quasi messo al tappeto, quando ogni sera prima di coricarmi ho dovuto calmarmi in qualche maniera per poter prendere sonno. Ho portato a termine tutti i miei impegni più o meno nei limiti concessimi, ho scritto e guidato sessioni di allenamento, per quanto era dovuto, mi sono fatta viva con chi dovevo e volevo, mi sono preoccupata per tutti: chi lo meritava e chi no…

Ero presente per tutti e tutto, per realizzare alla fine, che a 30 anni appena compiuti, di avere già un tremore alle mani. Di non farcela più. Di essere così sfinita che anche dormire e piangere risultava un’impresa difficile. Niente.

L’importante è aver soddisfatto la cerchia di persona che ruota intorno a me, per me era ciò che conta di più. Che scema. E poi ero ancora titubante se andare o meno a Cuba, se ce l’avessi fatta fisicamente. Non ne ero certa perché non mi ritenevo pronta e non sapevo dove e con chi sarei andata. Ero così indifferente che ero giunta al pensiero di chiudermi in casa e isolarmi per due settimane, senza rispondere a nessuno.

Fortunatamente non l’ho fatto, sono andata lontano e almeno sono riuscita a riposarmi psichicamente. Ho ricaricato le batterie per il prossimo periodo che è iniziato a ritmo forsennato. Lavoro per 12-14 ore al giorno, comunico con almeno una cinquantina di persone al giorno, cerco di essere in possesso di tutte quelle cose che mi rendono allegra e mi fanno felice. E non va di nuovo. Capisco che non andrà, sono dimagrita, il sonno è andato in malora, mangio di notte per poter addormentarmi… ma effettivamente non va. Però, ho soddisfatto e sistemato ogni cosa. E ancora mi scuso se ho trascurato qualcuno, facendomi vedere o sentire, se ho dimenticato gli auguri di compleanno di qualcuno e così avanti quasi un circolo vizioso. Il libro che ho iniziato a leggere due settimane fa è là, letta a metà ferma alla stessa pagina dall’ultima volta, non l’ho toccata per dieci giorni.

Ma scrivere, quello sì, va bene: i miei testi vengono letti, la gente mi contatta, per la maggior parte persone sconosciute e non posso non ammetterlo, che all’ego fa piacere di essere apprezzati, di venir letti, di essere incoraggiati… È una delle ragioni per cui ti impegni in quello che ti piace. Non significa far lievitare il proprio ego. Venir letti è la vera benzina del mio motore. Finché non incontri un ex collega della facoltà che frequentavi. Uno dell’èquipe che chiamavano i „fantastici quattro“. Va tutto ben fino al momento in cui lui uscendo dal tram ti fa: „Fatti viva – e io come un colpo di cannone rispondo – ma fatti vivo tu!“. Mi ha guardato e dal mio sguardo ha capito che avevo ragione. Non sono io, una di quelle che sparisce, che non chiama, sono altri: lui e tipi come lui.

Mi sono annunciata e scusata per tantissime volte nella vita, quando dovevo e quando non dovevo farlo. Non mi ritengo una regina, ma sono convinta di per certo che le persone che vorrebbero stare in compagnia non sono in possesso di appunti che ti ricordano tutti i tuoi impegni. “Chiama Patricio, chiama Ivan. Irena. Mirna. Rada. Antonio… Chiama Kristinka. Fai gli auguri di compleanno a tuo fratello…”

A mio fratello. Che non l’ha fatto con sua sorella, perché, semplicemente è fatto così. Chiama l’amica così la vedi, perché desideri farlo, fra i tuoi quattro lavori e la Facoltà che non riesci mai a concludere. E così questo circolo continua. Non va. FATTI VIVO TU.

E poi attendi, abbi comprensione perché non ci vediamo subito quando ce la faresti tu. Ma ti fai viva ugualmente pur non avendo molto tempo, e quel „Non è mai troppo tardi“, di lei è che non vada tanto bene.

Se io sono una stupida tollerante, cerca di esserlo in parte anche tu e suddividiamo gli impegni. Perché nessuna relazione, né privata, né di lavoro, d’amicizia o d’amore non può funzionare in eterno se uno prevale sull’altro in rapporto 90:10 o 70:30. Deve essere almeno paritetico al 50 per cento a testa, altrimenti è destinato all’insuccesso.

Ho vissuto anche questo, momenti di rinuncia di resa quando capisci che sei tu a tirare il carro per entrambi. Quando arrivi alla conclusione di lavorare troppo e di non essere apprezzata o remunerata abbastanza. Oppure quando il cervello s’illumina e comprende di non trarre un ragno dal buco dando consigli gratis.

Prima o poi arrivi alla conclusione di non farcela e di non volerlo fare più. E qui che forse ci casca a pennello la frase: „Non è mai troppo tardi“

Fino alla prossima volta, se ti desidera, ti contatterà.

Un abbraccio,

A.