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Di occhioni che ridono e orecchie storte

Se solo sapessi, caro lettore, quanti “schizzi” ci sono dietro a Blogledalo, quante volte ho iniziato a scrivere senza finire, iniziare e cancellare, iniziare e ripartire, cancellare e ricominciare. Inizio, mi fermo, ci ripenso, poi cancello tutto e riparto. È lo stesso anche con questo post. Si può dire che tutto ciò sia il leit-motiv della mia vita specialmente in quest’ultimo periodo.

Ma partiamo, dall’ispirazione per questo pezzo che risale al mese di aprile. In primavera ho iniziato a lavorare in un’altra azienda: lo stesso lavoro, ma condizioni migliori, un orario più flessibile, e la vicinanza a casa. C’erano tutti i fattori che ad ognuno di noi risultano essere importanti. Trattandosi di una location che dovevo raggiungere quotidianamente, ho imparato com’è, che contorni ha la “Zagrebačka cesta” (Sì, sono una di quelle persone, nate a Zagabria, che oltre al centro ristretto della città non conosce altro. Tutto il resto sono luoghi sconosciuti, amenità).

All’inizio della mia nuova avventura lavorativa, sulla Zagrebačka girava un cucciolo di pastore tedesco. Una pallina nera con le zampette gialle, saltava dietro una recinzione lunga una ventina di metri ogni qualvolta qualcuno, come me, passava vicino alla recinzione. Il proprietario o la persona semi-responsabile, era un senzatetto: dormiva in condizioni di fortuna all’interno della recinzione sulla quale c’era un cartello recante la scritta “VENDITA DI LEGNA DA ARDERE”. Veramente guardando bene più in profondità si notava una moltitudine di legna fatta a pezzi e messa in perfetto ordine in attesa di condizioni invernali. Il senzatetto riusciva a malapena a coprire le proprie necessità correnti, il cucciolo era lasciato a sé stesso ed alla benevolenza dei vicini o dei passanti.

Sono una di quelle che non impara mai di non poter esser d’aiuto a tutti, accudire ogni animale abbandonato, dargli da mangiare; poi se non lo faccio, mi rodo dentro. Così succedeva per mesi passando accanto quella recinzione per almeno due volte al giorno. Non mi sono mai avvicinata alla recinzione in modo da accarezzarlo perché in maniera molto egoistica sentivo che il cuore mi si sarebbe frantumato in un milione di pezzi.

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Ero felice ad ogni incontro con quegli occhiolini neri, sembravano delle biglie quelle con cui si giocava da piccoli, circondate da due orecchie alte, ma ancora storte. Tutto ciò mi dava da pensare: perché quel cane era lì?; lo faccio anche adesso. Col passare del tempo il cucciolo è cresciuto e l’entusiasmo per il lavoro che era ideale e soddisfaceva tutte le condizioni importante agli altri, stava calando.

Il cucciolo cresceva, io ero ferma. Volevo uscire dal mio corpo per fare qualcosa, nella stessa misura in cui il cane voleva superare la recinzione ancora troppo alta.

I mesi passavano, il tempo della routine aveva preso il posto dell’entusiasmo iniziale, ma non intraprendevo nulla per timore di non restare senza lavoro, ossia quelle condizioni ad altre persone importanti. Una mattina ho notato che il cane non c’era più, ma nel tentativo di darmi una spiegazione, forse mi pareva di averlo visto tra la legna da ardere. Considerato di essere una ritardataria standard non mi sono fermata, ho proseguito verso l’ufficio. Di tempo non ce n’era neanche al ritorno. La mattina dopo ho fatto in modo di ritagliarmi uno spazio di tempo dalla rotta abitudinaria, tanto a nessuno interessava se fossi arrivata in ritardo o meno, ho guardato meglio nel cortile, ma nulla, nessuna traccia né del senzatetto né del cane, solo un mare di legna da ardere.

“Sicuramente è in un altro posto migliore. Deve essere così”, ho pensato.

Sono stata permeata da uno strano senso di pace ed è stato così fino al giorno dopo: “Ma sia dove sia, e spero sia libero di crescere, con gli occhi che ridono sotto quelle orecchie storte”. Questa e simili frasi giravano nella mia testa mentre ero seduta in ufficio avvolta nel “dolce far niente” in attesa dello scadere dell’ottava ora.

La mattina dopo mi sono svegliata più facilmente del solito.“Ma, vai ci siamo, sicuramente è questo il giorno”, dicevo dentro di me mentre passavo vicino al cortile abbandonato e dal mucchio di legna da ardere ormai umido. Arrivata in ufficio dopo un paio di minuti il capo mi ha chiamata, voleva parlarmi. Non mi ha detto nulla di quanto non sapessi già. “Ecco, ci siamo. Vado in un posto migliore. È venuto il giorno.” – ed un senso di leggerezza. Dalle spalle ho sentito cadere qualcosa che per mesi diventava di giorno in giorno sempre più pesante, che per numero di chilogrammmi avrebbe potuto competere con quella legna da ardere abbandonata.

Per la prima volta in vita mia, quello che io chiamo, licenziamento misericordioso. Ha posto fine alle mie pene e mi ha dato la posibilità di crescere nel modo che preferisco. Molto presto ho trovato un altro impiego grazie al quale sento già di crescere e crescerò ancora.

Non ho le orecchie storte, ma i miei occhioni ridono. Penso ancora al cane, spero sia in un posto più bello. Riscaldato da tanta legna da ardere.

Un abbraccio

A.

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4 Comments

  1. Kresimir Medved

    Nella maggior parte dei casi le cose sono molto più semplici di quel che sembrano, anzi, qualche volta le complichiamo noi stessi inutilmente. Come in questo post: Te ne vai, e poi cominci da capo …… da una posizione molto più favorevole.
    Le cose sono quassi sempre banali.

    • blogledalo

      Infatti sì, dovrei smettere di cancellare le frasi perché le righe più belle sono quelle scritte la prima volta, senza pensarci due volte. Beh, col tempo lo imparerei.

  2. YVONNE

    CHE STUDI APARTE DELL ‘ITALIIANO? QUANTI ANNI HA LA SIGNORINA?

    • blogledalo

      Ciao, cara Ivona! Oltre l’italiano studio bulgaro e macedone. Ho 29 anni. Perché tutte queste domande?
      P.S. Chiedo scusa per aver risposto tardi. 🙂

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