Anche se non amo fare tardi nel 95% dei casi (di qualsiasi importanza siano), anzi lo odio, esiste un motivo per cui molto probabilmente questo non cambierà mai. Oltre alla mia proverbiale disorganizzazione, agire sempre in multitasking ed essere presente sui social, fra cui va cercato il perché dei miei cronici ritardi esiste una costante tra i tanti perché del non rispettare i tempi concordati. Una ragione che difficilmente troverà soluzione: mi piace camminare.

Con la pioggia, con la neve, quando all’esterno ci sono temperature estreme, che sia caldo o faccia freddo; anche quando sono già in abbondante ritardo esco dal tram una o due stazioni prima del luogo concordato e mi faccio il resto del tragitto a piedi. Certo in bici sarei più mobile e veloce e di conseguenza puntuale. Ma dar dentro di pedali non mi piace, non amo essere in sella ad una bici. È da anni che amici, fidanzati, familiari cercano di convincere ad usare una bicicletta come mezzo di locomozione da punto A a punto XYZ, ma non ne ho voglia perché mi ricorda lo star seduti. L’anno scorso di fronte a mia madre ho sbottato “mi sento di avere un corpo estraneo tra le gambe, ed è una sensazione che non mi piace”.

Mi ritrovo quotidianamente con la testa piena di ogni cosa, pensieri in circolo: lavoro, passato, piani, programmi, idee. Ecco la sera voglio solo fare qualche chilometro a piedi nel mio rione o in città e dimenticare tutto. Metto le cuffie per asoltare della musica e parto. Succede che a volte nemmeno sento la musica che ascolto, quanto mi estraneo; non c’entra, non è rilevante, serve più per una questione di ritmo. Succede spesso di non fare caso a nessuno perché tengo lo sguardo fisso a terra, cercando di visualizzare tutte quelle cose più o meno inutili che mi passano per la testa. Cadono per terra sull’asfalto del marciapiede o sulle zebre che cerco di attraversare. Combatto ancora con le strisce pedonali, contro ognuna, come scritto tre mesi fa.

L’ispirazione per questo blog post l’ho avuta tempo fa, ma nel frattempo troppe scuse, chilometri e brutti momenti si sono messi in mezzo prima di finirlo. Sono chilometri che accumulo giorno dopo giorno, ma sono tutt’altro che semplici. Da una parte grazie a loro riesco a liberarmi di alcune cose , buttarle via, dall’altra ne assorbo di cose che se non utilizzo diventano pezzi di vetro dentro al cervello. Un paio di settimane fa, terapia standard, con passeggiata per il quartiere, sempre il solito tragitto, fino a quando non sono rimasta di sasso:

“Vedo una persona: è anziana, un uomo, calvo, cammina con difficoltà e porta con sé un sacchetto. Ma cosa fa uno così nel mio rone, a quest’ora? Non era quello a cui giorni dopo avevo fatto gli auguri di compleanno, anche se lui non fa lo stesso con me, ma lui i suoi se li merita“. “Incontri” di questo tipo, durante le mie passeggiate, purtroppo ce ne sono. Uso le virgolette perché più che incontri sono la maggior parte delle volte „fughe“, le mie, da questo o quello, passaggi ripetuti accanto alla casa gialla, più o meno grande, dall’ingresso verde e nella mente scritti messaggi che non invierò mai.

Finché cammino dentro di me parlo; discorsi, taluni, che ho già fatto e altri che mai farò. Uno perché non ne avrò mai più l’occasione o perché non ho la forza di affrontare alcune cose o persone e così decido di camminare e di risolverle da sola. Forse commetto un errore, ma finora non trovo nulla che riesca a liberarmi tanto, come scrivere o camminare.

Quella sera in cui i miei pensieri erano rivolti a chi mi ha messo al mondo e dato la forza di camminare e scrivere, ho girato l’angolo e in una vetrina di un’associazione c’era un manifesto che invitava la gente a camminare, e a fare movimento in genere. A pie’ manifesto c’era la seguente frase: “Camminare è la miglior medicina dell’uomo” (Ippocrate)

Ci sono passata vicino più volte e letto e riletto quella frase: frase che col tempo è diventata il mio mantra, nei momenti in cui mi chiedevo il perché del mio camminare o quando la stanchezza aveva il soparvvento sulla volontà di fare un giro o due. Una decina di giorni fa sono uscita per la solita passeggiata: era uno di quei „giorni no“, camminavo guardando l’asfalto a occhi bassi. Giunta di fronte alla vetrina dell’associazione col „mio“ manifesto su. Ho alzato lo sguardo quel tanto che basta per leggere ancora il mio mantra quando ecco arrivare verso di me una madre intenta a spingere una sedia a rotelle per invalidi. Accompagnava un ragazzino di 7-8 anni, portava gli occhiali, era come fosse asttorcigliato in un nodo di quelle complicate posizioni dello yoga. Ho rallentato un po’ perché in situazioni del genere provo imbarazzo, come a vergognarmi dei miei arti inferiori, delle mie gambe e della capacità di fare „marcia veloce“. Il ragazzino, una volta vicini, mi ha sorriso con occhi e viso. Gli ho contraccambiato. Sono passati via. Ho letto la mia frase, per l’ennesima volta. Ogni passo che ne è seguito nella mia mente è rimasto impresso quel sorrriso accompagnato da una valanga di domande: “Perché lo ha fatto? Vorrebbe camminare come me? Avrà convinto la madre a portarlo fuori a quell’ora perché non può camminare come faccio io? Nel mio sguardo avrà intuito il perchè del mio camminare?“…

Non ho nemmeno cercato di trattenere le lacrime, ho lasciato che si asciugassero da sole fino alla grande casa gialla.

Tra chi leggerà questo post ci sono quelli che mi hanno già chiesto di poter venire a camminare con me. Un amico l’ha fatto ripromettendosi di stare zitto, di non proferire parola, soltanto di camminare in silenzio. Così è stato. Ci sono persone che non possono o non vogliono camminare, amano guidare la macchina andare su e giù, o altro… Per il movimento dei nostri pensieri non sono determinanti le gambe né un mezzo qualsiasi, ma la forza di volontà, e ce n’è sempre anche quando sembra che non sia così.

Un abbraccio,

A.